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Quale futuro per i gay e le lesbiche italiani? A poco più di una settimana dalle elezioni politiche, provo ad immaginare cosa mi attende nei prossimi mesi e anni. Nella migliore delle ipotesi, potrò andare da un notaio e fare un CUS col mio compagno. Nel caso vincesse il centro-destra, non avrò neppure quest'opportunità. In poche parole, il futuro non è così roseo qualunque candidato vinca. In ogni caso l'Italia continuerà ad essere lontana dalla maggioranza delle nazioni europee, dove esistono forme di riconoscimento pubblico delle coppie gay che vanno dal matrimonio (Spagna, Olanda), ai Pacs (Francia) e così via.
L'arretratezza culturale del nostro Paese, ancora ostaggio di una visione esclusivamente eteronormativa della famiglia, non è però imputabile soltanto al sistema politico e partitico.
E' vero che molti politici fanno poco o nulla per i gay, considerati poco più che un gruppo di burloni con le paillettes che sfilano al Pride e ballano Raffaella Carrà. Ma il problema principale è di tipo sociale e culturale ed è esteso a tutta l'Italia.
Siamo ancora circondati da una moltitudine poco attenta alle questioni di genere, alle politiche del corpo e ai diritti delle minoranze. E' necessaria quindi una presa di coscienza individuale e collettiva dei gay e delle lesbiche.
Non è più possibile delegare le nostre vite a politici disattenti o ad associazioni glbtq spesso in lite tra loro. Spetta al singolo, ciascuno a suo modo, far sentire la propria voce e rompere il muro di benevola indifferenza che avvolge l'omosessualità in Italia.
Non mi aspetto, come ho detto all'inizio, che cambi qualcosa nel prossimo
futuro. Troppa demagogia, troppi veti incrociati sia a destra che a sinistra. Forse è solo con un'azione incisiva di lobbying, al di fuori di gruppi precostituiti e consorterie di qualsiasi tipo, che riusciremo ad avere risultati concreti.
E' per questo che dobbiamo lottare.
Una prospettiva di ampio respiro, che scavalca le bassezze della politica per aprirsi ad un mondo queer e transnazionale, all'interno del quale costruire insieme i nostri diritti e il nostro futuro.
"Uscendo fuori dall'estetica della marginalità, dalla retorica della trasgressività, del ribellismo, di rivoluzioni fantasticate quanto foriere di fallimenti: la vera rivoluzione è uno sguardo limpido e nonviolento sugli altri e su noi stessi. Assumendo la responsabilità nelle proprie mani, non aspettando l'alba di giorni radiosi nè che qualcun altro (i militanti, l'Arcigay, il gay business, la cultura, le istituzioni o l'integrazione europea) faccia le cose per noi; non aspettando nessun messia, nè invocando santi o difensori".
(Paolo Rigliano, Amori senza scandalo. Cosa vuol dire essere lesbica e gay, Milano, Feltrinelli, 2001, p. 132)