Tag: | Discriminazioni | Giustizia | Italia | Personaggi |
Michele Vietti è il nuovo vicepresidente del Csm.
L'ex presidente vicario dell'Udc alla Camera e primo firmatario della eccezione di costituzionalità sulla legge contro le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale è stato eletto a Palazzo dei Marescialli.
All'aberrante scelta era presente anche il Capo dello Stato che ha presieduto la seduta che ha elargito 24 voti su 26 a Vietti.
Definire Michele Vietti "membro laico" è già di per se un insulto ad ogni laico italiano ma è solo una formula inventata per definire i passacarte dei partiti dentro il Consiglio Superiore.
Quello che stupisce di più è la dichiarazione di Napolitano che si è detto convinto che il nuovo Csm "saprà affrontare con obiettività e concretezza anche le questioni più complesse che di volta in volta le saranno sottoposte così da pervenire a soluzioni adeguate attraverso un confronto sereno non inficiato da rigide contrapposizioni".
Stupisce perché Vietti ha dimostrato di non essere in grado di "affrontare con obiettività e concretezza" le questioni e di fare un uso spregiudicato del Diritto piegandolo ai propri interessi e riuscendo a scrivere una pregiudiziale di costituzionalità che grida vendetta davanti all'intero corpus legislativo ignorandolo, denigrandolo ed epurandolo di ogni appiglio normativo e scientifico.
Perché, per chi non lo ricordasse, i cardini dell'eccezione scritta da Vietti erano due:
- nell'ordinamento non esiste il rimando all'orientamento sessuale;
- con questo termine si sarebbe corso il rischio di ricomprendere "qualunque orientamento ivi compresi incesto, pedofilia, zoofilia, sadismo, necrofilia, masochismo eccetera".
Tutti e due palesemente falsi e presentati ignorando volutamente che nel corpus italiano l'orientamento sessuale è contemplato (vedi leggi sul lavoro!) e che gli esempi riportati in un documento del parlamento erano non afferenti all'orientamento sessuale ma a pratiche sessuali e/o reati.
Eleggere Vietti, o gente come lui, a rappresentante del CSM non è solo un insulto alle perone omosessuali e transessuali ma a tutti gli italiani che pretendono che il proprio Stato sappia distinguere tra credenze e realtà, tra giustizia e privilegi e magari anche tra orientamento sessuale e pratiche.
Tag: | Discriminazioni | Italia | Roma |
Alla direzione nazionale dell'AVIS,
al Presidente nazionale Vincenzo Saturni
al responsabile nazionale della comunicazione Sergio Valtolina
al responsabile delle Politiche Sanitarie Pasquale Spagnuolo
alla direzione regionale del Lazio e
alla direzione provinciale di Roma
Scrivo in merito alla nota vicenda di donatori di sangue dichiaratamente omosessuali cui viene negata la possibilità di donare il sangue in alcune strutture sanitarie facenti capo al SSN.
Malgrado le disposizioni legislative in tali casi siano piuttosto chiare e ogni studio scientifico, oltre alla logica, neghi fermamente una relazione diretta e incondizionata tra orientamento sessuale e rischi in caso di donazione e emotrasfusione periodicamente si viene a conoscenza attraverso la stampa e la denuncia di donatori di situazioni imbarazzanti e umilianti, nonché fortemente discriminatorie e lesive della dignità delle persone, di rifiuti per la donazione del sangue proprio a causa del dichiarato orientamento sessuale non eterosessuale di persone gay.
Vi scrivo per chiedere la posizione in merito dell'associazione cui fate riferimento e la policy adottata dall'AVIS in caso di donatori dichiaratamente omosessuali.
Credo sia giunto il momento di affiancare alle giuste denunce e proteste un'azione diversa.
Per questo mi rivolgo alla più nota associazione per la donazione di sangue. Se l'AVIS ha un protocollo chiaro e non interpretabile sulla donazione di sangue da parte di persone dichiaratamente omosessuali potrebbe diventare l'associazione di riferimento per gay e lesbiche donatori e donatrici.
Con l'avanzare del periodo estivo, inoltre, e della ben nota diminuzione di donatori si potrebbe ad agosto organizzare una giornata di donazione proprio da parte delle persone gay e lesbiche e di quanti volessero, oltre che donare il sangue, protestare contro le ultime vicende che hanno visto coinvolta una struttura pubblica ed un ragazzo gay donatore abituale.
Sto pensando, quindi, ad una giornata di inizio agosto in cui la protesta contro le discriminazioni nei confronti delle persone omosessuali possa essere anche una giornata di solidarietà e di denuncia della continua scarsità di donazioni e donatori.
Attendo una vostra cortese risposta e rimango a VS disposizione per ogni chiarimento.
Nel ciclone che sta sconvolgendo la nostra società, accanto alle storie dei molti e dei gruppi - gettati allo sbaraglio dalla chiusura di aziende e fabbriche, o dall'emigrazione all'estero di attività - si inserisce anche la vicenda di due donne.
Giornaliste quotate a Milano, a un certo punto della loro carriera hanno deciso di dare corpo a un sogno sociale e politico: aprire una libreria che non fosse solo un esercizio commerciale, ma un centro culturale polifunzionale (cinema, teatro, concerti, corsi).
La libreria GABI, presente nel IX Municipio di Roma, dal 1975, con i suoi ampi spazi, accoglienti e dalle molteplici possibilità, rappresentava la sede giusta per realizzare il loro progetto. Così Flaminia e Marinella (le "Gabi"), rilevano l'azienda nell'aprile del 2004 con l'intento di svolgere un ruolo culturale e sociale rivolto ai cittadini del quartiere S. Giovanni e non solo, con una particolare attenzione per le donne.
Dopo una lunga serie di appuntamenti "da Donna a Donna", organizzati gratuitamente e dedicati all'auto-aiuto, che hanno visto la partecipazione di molte donne di diversa provenienza, appartenenza e residenza, sono seguite tante iniziative molto apprezzate, anche dalla stampa: eventi, formazione, informazione, cineforum, dibattiti, spettacoli teatrali, cabaret, corsi sul benessere psicologico e fisico, oltre, naturalmente, alla quotidiana attività libraria.
Ma il business ha regole ferree, principi e dinamiche che non si possono ignorare e che lasciano poco spazio all'idealismo. La libreria Gabi, ha ormai i giorni contati. Lo squilibrio nei conti, aggravato dalla crisi economica e dalla crisi cronica del settore del libro, ha definitivamente segnato il rosso e ha cominciato a scorrere il conto alla rovescia dello sfratto esecutivo.
A meno di non trasformare una libreria in un mercato di prodotti di consumo, con i libri non si fanno grandi affari, soprattutto oggi che tutto scorre e corre sempre più velocemente. Soprattutto oggi che per comprare un libro bastano pochi clic su internet.
Eppure la lettura è come il fiume che deposita particelle nella sua corsa verso il mare: nel tempo nuove terre emergono, formate da materiali trasportati da luoghi lontani. Nuovi saperi che si formano grazie ad informazioni ed emozioni che si stratificano lentamente nella società. Nuova conoscenza sulla quale costruire nuovi progetti, un nuovo futuro, una società migliore.
Ora, lo sforzo di sollecitare l'attenzione sullo stato della libreria Gabi, è richiesto per non far fallire l'ennesimo progetto culturale e dare un aiuto concreto a queste donne che finora hanno cercato di realizzarlo. Inoltre, occorre recuperare spazi che possano diventare anche strade nuove per l'occupazione, luoghi di incontro fra le generazioni, arene di confronto e di crescita.
Mantenere in piedi il progetto della Libreria Gabi, vuol dire attivarsi affinchè il tessuto socio-culturale del nostro Municipio e della nostra città, non venga ulteriormente impoverito, minando sempre più la possibilità dell'aggregazione e del confronto e della crescita intellettuale. Perchè la cultura fa bene.
Per sostenere questa esperienza puoi firmare l'appello, dare un contributo economico o proporre iniziative per la raccolta di fondi.
Primi firmatari:
Susana Fantino, Carmen Pignataro, Daniela De Lillo, Valeria Stanziali, Vittoria Rossi, Lidia Giansanti, Simona Pettinari, Ghita Casadei, Massimo Lazzaretti, Gianfranzo Pisa, Lorenzo Mazzoni, Sabina Parisi, Fabrizio Bordignon, Vanessa Ansini, Lucia Pierlorenzi, Florenza Mastrogiacomo,
Per firmare l'appello scrivi a Lucia Pierlorenzi: lucia.pierlorenzi@comune.roma.it
Per informazioni proposte e idee per la raccolta di fondi contatta:
Presidenza del Municipio IX tel. 06 69609202-3-4-6
lucia.pierlorenzi@comune.roma.it
Libreria Gabi tel. 06 70452498-9
Con questo appello si vogliono sollecitare non solo le istituzioni ma tutte le persone della comunità romana e non solo su un problema sempre più generale del nostro paese.
Di seguito il testo della mia mail e quindi del mio appello:
La libreria GABI è un luogo di cultura, di interessi e di partecipazione.
Uno spazio aperto al quartiere e alla città che non può e non deve soggiacere alle sole regole del business nel silenzio della collettività e delle istituzioni.
Per questo scrivo: per lanciare un appello.
Due affermate giornaliste milanesi hanno creduto che a Roma ci fosse lo spazio per un sogno, per la cultura, per degli ideali.
Le ferree regole del consumo non possono far svanire questo sogno e far pensare ad una libreria come quella di Via Gabi solo come ad un un esercizio commerciale.
Il dovere di mantenere vivo questo progetto è di tutti.
Quella della Libreria Gabi non è solo la storia di due donne e del loro sogno. E' la storia di molte realtà e di molti cittadini che non possono e non devono vedere svanire la possibilità di avere un centro culturale e polifunzionale libero e aperto.
Flaminia e Marinella (le "Gabi") organizzano appuntamenti aperti di grande respiro e dal 2004 hanno assunto l'onere e l'onore di svolgere un ruolo culturale e sociale per i cittadini del IX municipio e di tutta la città di Roma.
Ora questo progetto è a rischio perché la cultura "non paga" e l'impegno sociale, se non supportato dalla comunità, non aiuta ad arrivare a fine mese.
I conti in rosso, però, rischiano di far perdere qualcosa di importante all'intera città non solo la passione di due donne che hanno un sogno (non avevano ma hanno!).
Sollecitare l'attenzione sullo stato della libreria Gabi è un appello per la comunità romana tutta, per le istituzioni e per chiunque abbia a cuore le sorti della nostra città.
Non si può e non si deve lasciar fallire un progetto culturale.
Non si può non dare un aiuto concreto a queste due donne che finora hanno dato tanto e che promettono di continuare a farlo.
Aiutare a "le Gabi" a far sopravvivere il loro sogno vuol dire recuperare spazi che possano diventare luoghi di incontro fra generazioni, arene di confronto e di crescita sociale e mille altre cose.
Non possiamo trascurare il sogno di Flaminia e Marinella perché deve tornare ad essere anche il nostro sogno.
Quello qui sopra è il testo della mail che ho mandato a Lucia Pierlorenzi: lucia.pierlorenzi@comune.roma.it
Ovviamente per la Libreria Gabi (e per Flaminia e Marinella) non basta scrivere una mail ma servono anche idee per salvare un progetto.
Chiunque avesse idee, proposte, suggerimenti o vecchi zii americani in procinto di lasciare eredità indesiderate è pregato di spremere le meningi e farsi avanti.
Tag: | Adozioni | Destra | Discriminazioni | Elezioni | Giustizia | Italia | Joseph Ratzinger | Matrimonio | Partito Democratico | Personaggi | Religione | Storia |
Ieri durante un dialogo sul movimento GLBT, sui suoi obbiettivi e la sua strategia (percorsa e percorribile) qualcuno ha sostenuto che il movimento "non può che essere di sinistra". I motivi sono noti ai più: la destra italiana è per lo più becera, conservatrice, filo cattolica, omofoba e in buona parte reazionaria.
Tutte cose condivisibili e grosso modo confermabili.
Da qui, però, a sostenere che il movimento per i diritti civili di omosessuali e trans debba obbligatoriamente rivolgersi a sinistra ce ne passa a mio modesto avviso. Soprattutto non sono d'accordo con la semplificazione che ne deriva e sulle conseguenze di questa presa di posizione.
Non sono d'accordo non in virtù del fatto che indubbiamente ci sono (perché non possono non esserci) gay e trans che votano a destra e che quindi devono avere una loro legittima porzione del movimento che dialoghi con la loro parte politica. Non sono d'accordo perché, secondo me, sfugge un dettaglio macroscopico in questo ragionamento: ci serve la maggioranza!
Si badi bene non una qualche maggioranza parlamentare che sia in grado di mettere finalmente la firma in fondo alla lista delle nostre richieste convertendole in leggi ma una maggioranza larga e condivisa della cosiddetta "società civile" (casalinga di Voghera compresa) che ci garantisca in qualche modo il mantenimento di quei diritti che l'eventuale parte politica ci dovesse riconoscere.
Ovviamente il discorso non parte dalla situazione contingente che vede al governo la destra e all'opposizione una sinistra sgangherata che non riesce ad essere né sinistra né destra visto che questi equilibri potrebbero essere ribaltati in qualsiasi momento.
Quello cui mi riferisco è il momento successivo all'ipotetico ottenimento dei famosi desiderata del movimento per i quali non può bastare il solo calcolo aritmetico dei voti parlamentari.
Non è bastato per leggi largamente condivise come quelle sull'aborto o sul divorzio figuriamoci se basterebbe per il matrimonio tra persone dello stesso sesso o per l'adozione da parte di coppie gay e lesbiche.
Ipotizziamo solo per un momento che domani mattina qualcuno riuscisse a mettere in piedi una allegra brigata parlamentare che riuscisse a votare a maggioranza il matrimonio che chiediamo.
Siamo davvero convinti che la partita sarebbe chiusa domani sera?
Non è probabile, piuttosto, che si metterebbero in campo le stesse forze che furono impiegate per le leggi già citate invocando quindi l'istituto referendario per abrogare il tanto agognato matrimonio?
A quel punto si andrebbe alla conta e non basterebbero più gli odierni finiani, le varie Montalcini, i Ciampi, i Pininfarina ma servirebbero le casalinghe di Voghera, gli operai della FIAT che oggi votano Lega, i Dolce e Gabbana e la maggioranza di quel popolo che decide delle sorti elettorali dei partiti ma che sarebbe chiamato direttamente a decidere delle sorti dei diritti civili di migliaia (milioni?) di coppie di cittadini.
Non illudiamoci che la "società civile" sia dalla nostra parte perché è, forse più semplicemente, disinteressata alle nostre vicende e le forze che l'UdC e la Lega metterebbero in campo grazie all'appoggio dei cattolici di ferro e di noti sovrani esteri non sarebbero certo paragonabili a quelle che saremmo in grado di mettere in campo noi al momento.
In democrazia non basta avere ragione, te la devono anche riconoscere.
Con un problema in più per noi: le leggi che chiediamo non riguardano gli altri.
Per aborto o divorzio la grande maggioranza degli italiani ha votato perché aveva la consapevolezza (o il timore) che potesse essere coinvolta. Per il matrimonio tra omosessuali no.
L'italiano egoista (generalizzando all'estremo) che ha votato per il divorzio ha preferito lasciarsi aperta la strada per prendere a calci la moglie e liberarsene. Votando per l'aborto ha preferito avere la possibilità di sbarazzarsi del bastardo che la figlia o il figlio gli avrebbero potuto accollare piuttosto che rischiare la morte sotto i ferri da calza o l'esborso oneroso per una mammana.
Lo stesso italiano egoista parte dal presupposto che a lui non potrebbe mai capitare di avere un figlio gay o una figlia lesbica (impensabile poi generare trans!) quindi non vedrebbe alcuna "convenienza personale" per votare a favore di una legge che eventualmente riconoscesse loro dei diritti.
Volenti o nolenti, dopo il famoso voto accidentale di una legge sul matrimonio, ci servirebbero i voti anche di quelli che hanno votato per l'aborto o per il divorzio e non possiamo certo illuderci che "stare a sinistra" ci garantirebbe quei voti.
Per rimanere su aborto e divorzio: le grandi vittorie storiche che si ricordano in merito, fateci caso, non sono il passaggio parlamentare delle leggi ma i referendum che non le hanno abrogate.
Il passaggio storico in merito a quelle leggi è infatti il passaggio referendario non certo quello legislativo-parlamentare.
Questo proprio perché ci si accorge tutt'ora che anche una larghissima fetta dell'elettorato "conservatore" ha consentito quella vittoria e le conquiste civili che ne sono nate.
La stessa cosa, ci piaccia o meno, dovrà essere per i diritti civili delle persone omosessuali e trans italiane.
Tag: | Destra | Discriminazioni | Giustizia | Italia | Personaggi | Religione |
Camillo Langone cerca quotidianamente spunti per attirare l'attenzione di qualcuno su se stesso e puntualmente, purtroppo, ne trova.
Nella sua preghiera di oggi ci fa sapere,oltre al fatto che odia pagare le tasse, che con i suoi "soldi il ministero dell'Interno finanzierà un osservatorio carfagnoide "sulla minoranza degli omosessuali e le altre a rischio di discriminazione, i cui esponenti avranno spazi a disposizione ed interlocutori per un diretto dialogo con le forze di polizia"".
Secondo Langone "Come i comunisti cinesi fanno pagare ai condannati la pallottola che gli verrà conficcata nella nuca, gli omosessualisti italiani sono riusciti a farmi pagare la corda con cui mi impiccheranno".
Ammettiamo per assurdo, e solo per un attimo, che la tesi di Langone sia plausibile invece che risibile.
Lo sa Langone e chi gli da ragione che quotidianamente lo Stato fa pagare agli omosessuali, ai quali non riconosce diritti, la corda con la quele li impiccano ?
Volendo essere piccoli come chi scrive e pensa certe cose si potrebbe dire che gli omosessuali pagano le tasse per i matrimoni cui non posso accedere ma questo sarebbe davvero limitante e scorretto tanto quanto quel che scrive Langone.
Piuttosto ci sarebbe da denunciare il fatto che lo Stato (e quindi anche gay, lesbiche, trans e tutti gli altri) paga Il Foglio con i contributi per l'editoria e quindi che ai gay viene fatta pagare la corda con la quale proprio Langhone li impicca.
Gay, lesbiche e trans, sempre insieme a tutti glia altri, pagano per far andare in onda sulla TV pubblica le orribili sparate di noti personaggi che incitano alla discriminazione.
Gay, lesbiche e trans, sempre assieme a tutti gli altri, pagano dichiarazioni di ministri e politicanti degne al massimo del Malawi che non solo metaforicamente inneggiano alle corde per impiccarli.
Il concetto di democrazia e di stato solidaristico è tanto lontano dalla mente di chi si è avventato più volte contro altri cittadini per il loro orientamento sessuale da arrivare a paragonare la pena di morte allo stigma della violenza.
E questo la dice lunga sul personaggio.
Tag: | Destra | Personaggi | Roma | Saranno Famosi |
Per alcune ora ieri è circolata una notizia: CasaPound parteciperà al gay pride di Roma grazie a Paola Concia.
Il link rimandava ad una pagina di Indymedia che pubblicava la notizia:
Ans(i)a - L'annuncio a sorpresa è arrivato soltanto nel pomeriggio di ieri.
Casapound, l'organizzazione di destra da più parti sospettata di simpatie fasciofuturiste, ha riferito ai giornali che parteciperà al gay pride di Roma con un proprio carro ispirato allegoricamente al celodurismo di ventennale memoria.
Gianluca Iannone, uno dei leader riconosciuti di quel movimento, ha dichiarato che è ora di fare piazza pulita degli steccati che hanno impedito l'ideale abbraccio fra chi crede negli ideali della destra e chi, in fondo, pur nella diversità di vedute, vi aspira.
Ricordando le recenti aggressioni verso persone omosessuali, Iannone, che all'interno della comunità gay romana viene scherzosamente definito "orso", ha assicurato che per quel giorno non prevede particolari problemi. E che, anzi, Casapound si adopererà come servizio d'ordine per far sì che a nessuno venga in mente di mettere in scena provocazioni all'insegna del cattivo gusto.
Ha concluso volendo ringraziare la sua personale amica e deputata del PD, Paola Concia, per essersi adoperata con gli organizzatori della manifestazione perché vincessero i loro pregiudizi e accettassero che il carro di Casapound sfilasse insieme al movimento lgbt.
La notizia di questa insolita partecipazione è stata commentata favorevolmente anche dagli organizatori del Roma Pride e dai loro sponsor.
Ovviamente la notizia è una bufala orchestrata dai cosiddetti "antagonisti" ma in tantissimi ci sono cascati. L'obbiettivo era esattamente questo: un attacco mirato e diretto nei confronti di chi organizza il RomaPride2010 e a Paola Concia, rea non solo di aver partecipato ad un dibattito pubblico proprio a/con CasaPuond ma, cosa altrettanto grave agli occhi di qualcuno, di essersi fatta fotografare con il logo del Pride romano di quest'anno.
L'attacco continuo a Paola Concia è ormai quasi un rito per qualcuno e non stupisce che questo sia l'ennesimo atto politico per sminuirla e deleggittimarla.
Quello che stupisce, però, è che alla notizia di Casapound al Pride nessuno si sia scandalizzato abbastanza da intuire la bufala. Lo scandalo, infatti, era nel fatto che Casapound aderisse e partecipasse al Pride dando per scontato che fosse possibile.
Ognuno crede a ciò che vuole credere si direbbe. Il Pride di quest'anno, infatti, è accusato da una parte di essere un "Pride di destra" (cosa che non si riscontra nel documento né in altri atti del Pride stesso!) e un Pride sottomesso a realtà commerciali.
Quindi leggere che "la notizia di questa insolita partecipazione è stata commentata favorevolmente anche dagli organizzatori del Roma Pride e dai loro sponsor" non ha fatto suonare campanelli, leggere che Iannone viene definito "orso" non ha fatto suonare campanelli, leggere che Casapound "parteciperà al gay pride di Roma con un proprio carro ispirato allegoricamente al celodurismo di ventennale memoria" non ha fatto suonare campanelli, leggere che Iannone "ha dichiarato che è ora di fare piazza pulita degli steccati che hanno impedito l'ideale abbraccio fra chi crede negli ideali della destra e chi [.] vi aspira" non ha fatto suonare campanelli, leggere che Casapound si sarebbe preoccupata del "servizio d'ordine per far sì che a nessuno venga in mente di mettere in scena provocazioni all'insegna del cattivo gusto" non ha fatto suonare campanelli, leggere che Iannone ringraziava calorosamente "la sua personale amica e deputata del PD, Paola Concia, per essersi adoperata con gli organizzatori della manifestazione perché vincessero i loro pregiudizi e accettassero che il carro di Casapound sfilasse insieme al movimento lgbt" non ha fatto suonare campanelli.
Forse quei campanelli non sono scattati perché coperti del suono di altri campanelli che vogliono far credere che questo Pride sia di destra, esclusivamente commerciale, connivente e via dicendo.
Ripetendo: si è creduto che la notizia fosse vera perché, in fondo, si pensava non solo possibile ma forse auspicabile (per alcuni) per fare un altro sgambetto al Pride (e non agli organizzatori, si ricordi!).
Tag: | Elezioni | Giustizia | Lesbo | Matrimonio | Religione | Saranno Famosi | Storia |
Da ieri in Islanda il matrimonio è per "uomo e donna", "donna e donna" e "uomo e uomo". All'unanimità l'Althing, il Parlamento islandese, ha approvato la legge che amplia il diritto matrimoniale anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso abolendo contestualmente le unioni civili che erano nate proprio per riconoscere le coppie gay e lesbiche.
Quarantanove i voti favorevoli alla legge mentre chi ha scelto, tra i rappresentanti parlamentari, di non sostenere la legge si è astenuto non partecipando al voto ma non facendo ostruzionismo o opposizione. 49 si, 0 contrari e 24 astenuti astenuti quindi.
Certo l'Islanda aveva già dato prova di enorme laicità e grande accoglienza per le persone omosessuali visto che nel 2009 ha eletto quella che è tutt'ora l'unico capo di governo apertamente omosessuale al mondo: Johanna Sigurdardortir.
Secondo i commentatori politici della terra dei gayser la questione dei matrimoni omosessuali non è "una grande istanza, non è mai stata controversa" e il voto all'unanimità lo dimostra a pieno.
Non solo: il riconoscimento dei matrimoni tra uomini o tra donne è tanto normale nel Paese che perfino la chiesa protestante, prima confessione nazionale, si è astenuta dalla lotta politica per impedirne l'introduzione e si sta interrogando se consentire o meno anche la celebrazione religiosa dei matrimoni appena approvati.
L'altro singolare avvenimento islandese è la contestuale abrogazione delle unioni civili già in vigore. L'Islanda, d'ora in poi, riconoscerà un unico istituto per le coppie che vogliono condividere un percorso di vita comune e non avrà più istituti ghetto o palliativi per le diverse tipologie di coppie. C'è da dire che l'abrogazione delle unioni civili corrisponde anche ad un modello di matrimonio e di società profondamente diverso dal modello mediterraneo e quindi le unioni civili sarebbero né più né meno che un doppione surrogato di quel matrimonio che ora possono contrarre tutti i cittadini islandesi.
Tag: | Discriminazioni | Giustizia | Personaggi | Roma |
La guerriglia da Pride quest'anno a Roma si sta concentrando tutta tra le associazioni che per una volta lasciano da parte i politici non costringendoli a dare dichiarazioni a vanvera per affossare (di solito però ottenendo l'effetto contrario!) la manifestazione.
Una vera e propria autogestione dello scontro che lascia fuori tutti quelli che non sono all'interno dei vari giochi associativi e imbriglia, purtroppo, anche quelli che vorrebbero "fare qualcosa" per la situazione disastrosa dei diritti civili di questo Paese.
Dallo strappo di chi voleva una fetta di potere dentro il Pride romano alla remissione del Mieli come capofila fino al documento con il quale si prendono irresponsabilmente le distanze da questo Pride augurandosi un fallimento che, a leggerlo da fuori, non può che essere il fallimento di tutte le persone che aspettano di veder riconosciuto qualche diritto ma che pagheranno gli scazzi personali e personalistici dei maggiori attori di questa farsa.
Così dopo il lancio del RomaPride2010 e del documento "dissidente" arrivano gli attacchi politically correct della richiesta di spiegazioni.
Il Mieli si è fatto di nuovo capofila di un comunicato nel quale si chiede conto, al Comune, dei dati della GayHelpLine gestita da ArciGay. Richiesta legittima e doverosa soprattutto a ridosso della gara che ne dovrebbe ri-assegnare la gestione ma che in questo momento suona più come una nuova strategia d'attacco che una richiesta di elementi certi.
Ad ogni modo la richiesta mira (oltre i motivi occulti ovviamente) a far luce su dati impazziti riguardanti gli episodi di omofobia romani e mettere un punto per capire quale sia la reale entità del problema.
Ad una crescente percezione di un aumento dei casi di aggressioni e violenze si può rispondere solo con la certezza che quella crescita sia concreta e soprattutto di che entità sia. I numeri della GayHelpLine non basterebbero certo a dare una statistica reale (per vari motivi che si elencheranno in seguito) ma sarebbero utili a determinare un trend.
In teoria.
La pratica, infatti, è qualcosa di diverso visto che quei dati sono parziali e falsati da una serie di presupposti.
Intanto la crescita degli episodi è falsata anche dalla crescita delle denunce. Questo non vuol dire che non aumentino le occasioni di omofobia ma bisogna anche fare i conti con l'aumento delle denunce e la speculare diminuzione dell' "omertà" delle vittime. Gay, lesbiche e trans si vergognano meno oggi a denunciare eventuali aggressioni e soprusi aumentando quindi il numero delle denunce.
Secondo dato che contribuisce ad alterare le statistiche derivanti dalla GayHelpLine è la non congruenza tra denunce telefoniche e denunce alle forze dell'ordine. Non tutti telefonano alla linea del Comune per fare le proprie denunce ma vanno (giustamente!) da carabinieri e polizia. Per contro non tutti quelli che telefonano sporgono poi anche denuncia alle autorità costituite. Incrociare questi dati sembra praticamente impossibile data la enorme varietà delle denunce da una parte e dall'altra.
Terzo dato è la recrudescenza del timore di essere giudicati se si fa denuncia. Nonostante siano diminuiti gli omosessuali che hanno vergogna per ciò che accade loro in casi di omofobia non si può ignorare che moltissimi, per vari motivi, ancora scelgono di rimanere nascosti e subire aggressioni, insulti e attacchi. Alla "summa" dei dati della GayHelpLine, quindi, mancherebbe il cosiddetto sommerso.
Quarto punto: alcune persone che subiscono atti di omofobia scelgono di rivolgersi ad altre associazioni, GLBT e non, piuttosto che alla GayHelpLine e molte di queste poi decidono di non denunciare anche alla linea gestita da ArciGay quanto accaduto. Altre compiono tutti e due i passaggi (non obbligati!). In questo caso sembra difficile mettere a sistema i vari dati e ottenere numeri certi.
In altre parole dai dati della GayHelpLine uscirebbero statistiche di difficile comprensione ma che potrebbero essere comunque utili a fare chiarezza. In questo senso è legittima la richiesta di rendere pubbliche le casistiche e i numeri. D'altro canto, però, il periodo è quello della guerra di stracci in cui è caduto l'intero "movimento" romano e la richiesta pubblica di ragguagli proprio ora suona più come un nuovo attacco che come una richiesta di chiarezza.
Parlando fuori dai denti: l'ArciGay romana trae visibilità e finanziamenti dalla GayHelpLine del Comune e si è fatta co-artefice del "nuovo Pride" dal quale si è chiamato fuori il Mieli. Mettere in dubbio la maggiore fonte di visibilità di chi ha come forte obbiettivo la visibilità stessa è un dato di facile lettura.
Il Pride nazionale, quest'anno, si sposta al sud. Napoli sarà per un giorno la Capitale morale delle rivendicazioni della comunità GLBTQI.
Inutile ribadire per l'ennesima volta la stranezza della scelta fatta dal "movimento" (perlopiù da ArciGay!) di andarsene a manifestare in giro per l'Italia per rivendicare diritti e dignità che si chiedono ad un Governo che oltre ad essere idealmente lontano da quelle istanze è anche lontano fisicamente.
Ad ogni modo: il Pride, si diceva, è a Napoli. Per promuovere l'evento è stato creato un vero e proprio spot che gioca sullo spirito tutto partenopeo alla "popolanità" e che è un vero e proprio inno alla giocosità tipica delle rivendicazioni del Pride.
Perché il Pride, si ricordi, è l'unica manifestazione di rivendicazione al mondo che contiene in se anche lo spirito della festa che vuol dire, semplicemente, che siamo contenti e felici di essere noi stessi, anche in un Paese che non ci riconosce diritti e che di fatto dimezza la nostra cittadinanza.
E allora, quest'anno, seguiremo tutti Carmen e il suo carretto di finocchi.
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A Roma sembra che le notizie vadano in coppia come i carabinieri.
Mentre si diffondeva la notizia che il Comune di Roma, finalmente, ha approvato all'unanimità la mozione per la prevenzione e la lotta all'omo-transfobia che impegna "il sindaco e la Giunta ad adottare iniziative perché le celebrazioni della giornata mondiale contro l'omofobia prevedano il coinvolgimento delle istituzioni comunali e si promuovano iniziative per sensibilizzare l'opinione pubblica e il mondo scolastico verso la cultura delle differenze, la prevenzione e la condanna di atteggiamenti e comportamenti di natura omofobica" arrivava lo stop del Rettore alla rassegna di lungometraggi QueerinAction alla Sapienza.
Pretesto della revoca dell'autorizzazione il presunto rischio di gravi disordini dovuti ad attacchi omofobici da parte di gruppi di estrema destra alla manifestazione stessa e ai suoi partecipanti.
Secondo il rettore Luigi Frati, quindi, a Roma l'emergenza omofobia è arrivata ad un tale punto che è legittimo pensare che interi gruppi organizzati si armino per attaccare non solo gay e lesbiche ma anche gli eventuali "etero friendly" che guardano film.
Un ragionamento capzioso che sfrutta gli episodi di omofobia per giustificare scelte che devono per forza venire da tutt'altri intenti.
Il blocco della manifestazione, per altro a poche ora dal suo inizio, si rivela quindi come un atto omofobico che legittima in qualche modo il motivo stesso del blocco.
Non solo. Se davvero secondo il rettore Frati l'omofobia a Roma è tanto presente, dilagante e strutturata da legittimare la revoca di una manifestazione all'Università che intende fare per ricondurre la Sapienza ad un regime consono all'istituzione e in grado di promuovere la tolleranza e la civiltà? In che modo, da questo suo ragionamento, intende agire per ricondurre alla vocazione di "fabbrica del pensiero" l'Istituzione che governa?
Ammesso e non concesso che il pericolo di assalti sia plausibile e probabile come agirà d'ora in poi il rettore Frati per arginare questo dilagante disprezzo per le diversità e in che modo si è adoperato fin qui (con poco successo evidentemente) per garantire la sicurezza e l'accoglienza dei suoi studenti?
L'ammissione di non essere riuscito a fare in modo che la Sapienza fosse un luogo sicuro per tutti e tutte e per tutte le eventuali iniziative che vi si volessero svolgere non è forse un'ammissione di fallimento della quale dovrebbe prendere atto non annullando una rassegna cinematografica ma traendo le debite conclusioni sul suo stesso operato?
Oppure pensa che la violenza sia ormai inevitabile e che sia legittimamente accolta all'interno della "sua" Università e quindi l'unico modo di essere al sicuro sia nascondersi?
A queste domande, ora, non dovrebbe potersi sottrarre ma essendo il motivo evidentemente un pretesto è difficile che il rettore Frati ne dia conto.



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