Tag: | Adozioni | Discriminazioni | Giustizia | Matrimonio | Personaggi |
Pare che ormai, come già scritto da Fabio, la domanda sui matrimoni gay sia obbligatoria in qualsiasi intervista, una sorta di intercalare che, a ben vedere, non ha alcun motivo d'essere (se non l'interesse personale di chi la pone convinto che non si noti che probabilmente lo riguarda).
L'ultima a regalare le proprie perle di saggezza (?) pare sia la Clerici che, reduce dagli sfarzi di Sanremo, ritiene (e chi se ne frega non è consentito a quanto pare!) che "sia giusto legalizzare la convivenza tra due persone dello stesso sesso, perché uno può così vantare dei diritti sull'altro, qualsiasi cosa accada, bella o brutta, proprio come avviene per una coppia etero. Non sono d'accordo, invece, sul matrimonio canonico".
Ovviamente da cosa nasce cosa e a quanto pare da matrimonio nasce adozione. Così anche la Clerici casca in una consequenzialità che non esiste legando al matrimonio e alle unioni il tema dell'adozione. La presentatrice nazional-popolare ci tiene a far sapere che è contraria alla possibilità di adozione per le coppie gay perché, a suo dire, "per un proprio equilibrio personale e per una questione anche di natura, un figlio deve avere un padre e una madre". Che l'organizzazione più importante a livello mondiale sostenga il contrario è del tutto irrilevante per l'italico pensiero delle varie soubrettes e politici.
Ma non sia mai che a una simile dichiarazione smentita da studi scientifici non si abbini la frase di rito: "conosco tantissimi omosessuali che la pensano come me".
E' vero anche io ne conosco alcuni (tutt'altro che tantissimi!) che la pensano come la Clerici, la Cuccarini, la Mussolini e Buttiglione. Ne conosco anche tanti, però, che la pensano in modo del tutto opposto.
A questo punto, allora, come se ne esce? Andiamo alla conta e vediamo se sono di più i miei amici "pro" o i suoi "contro"? Facciamo a chi ce l'ha più grosso?
E come la mettiamo se dico che ho tanti amici etero che la pensano come me?
E' più rappresentativa la Clerici dei miei amici? O sono più rappresentativi i miei amici etero contrai al matrimonio anche per le coppie etero e che sperano in una abolizione totale dell'istituto?
Quando si parla di diritti siamo davvero convinti che l'opinione personale sia meritevole di nota solo in quanto tale? E bastano davvero delle eccezioni per confermare qualche regola?
Un diritto è tale solo se suffragato da una qualche maggioranza che lo riconosce o piuttosto è tale proprio perché diritto e "semplicemente" viene negato da interessi, convinzioni e/o ignoranza di una moltitudine che, non essendone coinvolta, si arroga una supremazia numerica in grado di calpestare gli altri?
In Sud Africa l'apartheid è durata finché una maggioranza (economica non numerica!) ha potuto controllare i diritti dei neri. I neri, però, non è che non avessero diritti, piuttosto non gli venivano riconosciuti e non potevano avvalersene. Naturalmente, anche lì, c'era chi sosteneva la superiorità dell'uomo bianco sostenendo di avere "tanti amici neri". Peccato che probabilmente quei loro amici non erano i neri vessati nelle periferie ma tra quei pochi eletti che godevano di qualche libertà in più.
Proprio come gli amici gay della Clerici, della Cuccarini, della Carfagna, della Mussolini e via dicendo che, con tutta probabilità, vivono una condizione tutt'altro che "comune". Magari sono i vari costumisti o Dolce e Gabbana o Gay Mattiolo. Tutta gente che, se vuole, può permettersi di sposarsi all'estero, di provvedere a stipulare mega-contratti privati che abbiano effetti internazionali o, magari, abbiano bisogno di non dover coinvolgere eventuali "metà" nelle varie spartizioni di capitali e quote azionarie.
Magari no, sono solo persone che non sono interessate a sposarsi o ad adottare, proprio come i miei amici etero, ma questo non fa di loro né una rappresentanza titolata né tantomeno una forza in grado di poter decidere se altri siano titolari di diritti o meno.
(Tra le righe: c'è anche un sacco di gente che è convinta che un bambino debba essere allevato da una madre giovane e che una ultra quarantacinquenne non debba averne. Su questo che ha da dire la Clerici?)
Tag: | Destra | Discriminazioni | Giustizia | Italia | Personaggi | Roma |
I titoli dei giornali e dei siti internet sbandierano i sette anni di condanna a "Svastichella" e gridano alla giustizia che è stata fatta.
Cominciamo subito col dire che una condanna a sette anni non è nè giusta nè ingiusta ma probabilmente semplicemente dovuta per chi viene condannato con rito abbreviato (erano quindi 10 gli anni) per tentato omicidio.
Ciò che stupisce sono le reazioni politiche e associative che inneggiano alla giustizia fatta e al segnale che è stato dato con tale sentenza. Sette anni per tentato omicidio, lesioni gravi e porto d'armi improprie sono davvero esemplari? E dire che finalmente è stata fatta giustizia vuol dire che ci si aspettava che Svastichella venisse assolto? Per tentato omicidio?
Il sindaco di Roma parla di condanna esemplare e il ministro Carfagna di "segnale importante":
Una condanna dura e giustissima. Che non va considerata soltanto una semplice sentenza, ma un monito nei confronti di quanti commettono reati, più o meno gravi, in nome della discriminazione: chi lo fa finisce in galera, viene punito severamente e non ci sono scusanti.
E' importante che questa sentenza sia arrivata presto, perché sono certa che servirà a fermare qualunque tentativo di emulazione.
I sette anni di reclusione comminati all'aggressore sono un segnale forte di solidarietà alle vittime, così come lo è la prima campagna istituzionale contro l'omofobia che questo governo ha voluto realizzare.
Secondo sindaci e ministri, quindi, l'aggressione e il tentato omicidio di gay e lesbiche normalmente non sarebbe punito ma in questo caso si è voluto dare un "segnale importante" e condannare un tentato omicida per far sapere agli altri che chi accoltella un gay "finisce in galera, viene punito severamente e non ci sono scusanti".
Peccato che questi commenti sarebbero stati adatti al caso e alla sentenza se si fossero considerati, in assenza di una legge anti-discriminazione, come aggravanti almeno i "futili motivi". Invece no, ad influire sulla condanna sono stati i precedenti dell'uomo e la sua pericolosità sociale oltre alla sua infermità mentale (che ha portato ad uno sconto considerandosi un'attenuante!).
Forse per una volta l'unico commento appropriato è stato quello d ArciGay che, per la prima volta, è stata ammessa come parte civile in un processo e per questo riceverà la somma simbolica di una euro di risarcimento. Peccato che i giornali parlino di risarcimento ad ArciGay Roma per i danni d'immagine subiti invece che di danno per la comunità GLBT, ma questa è un'altra storia.
A proposito di altre storie: non si era costituito parte civile anche il Comune?
Tag: | BoaRosa | Fotografia | Italia | Roma | Saranno Famosi |
Gli eventi e i film di grande successo hanno sempre un sequel, la seconda edizione. Anche quelli di basso livello spesso vedono apparire il proprio bis da qualche parte.
A ciascuno giudicare ma BoaRosa ha voluto ricordare a suo modo anche quest'anno il World AIDS Day e ha allestito alle prime luci del mattino Fi(n)occhi2.
Dal Gianicolo a Ponte Milvio i fiocchi rossi che ricordano la giornata di mobilitazione mondiale per l'AIDS sono apparsi attorno ai lampioni di Ponte Milvio a ricordare a tutti che non solo il virus e le persone sieropositive ci sono sempre ma che sono ovunque.
I lampioni che negli ultimi anni sono stati eletti a simbolo d'amore si sono trasformati per un giorno in simboli di solidarietà e memoria.
Davanti ad una Roma che comincia a risvegliarsi e a buttarsi nel traffico quotidiano i lampioni sono diventati muti testimonial di quello che dovrebbe essere un impegno quotidiano sociale a che viene puntualmente delegato ad un unica giornata "ufficiale" l'anno in cui tutti parlano di qualcosa che sono disposti ad ignorare fino al prossimo primo dicembre.
Tag: | Adozioni | Discriminazioni | Giustizia | Lesbo | Matrimonio | Storia |
All'inizio del 2008 la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo aveva condannato la Francia per atti discriminatori nei confronti di una quarantacinquenne lesbica che si era vista negare un'adozione. Ad un anno di distanza la prima sentenza francese è stata ribaltata e per la prima volta è stata riconosciuta una adozione da parte di una coppia omosessuale.
Il tribunale civile di Besancon ha infatti dato il via libera a Emanuelle e alla sua compagnia per le pratiche per l'adozione riconoscendo la sentenza di Strasburgo e annullando le due precedenti decisioni delle autorità regionali.
Dopo anni di battaglie e un ricorso alla Corte Europea le due quindi potranno riuscire ad adottare dei figli.
Questa sentenza, abbinata a quella europea, ha stimolato il dibattito civile e politico che, per la prima volta, ha visto cambiare le percentuali tra favorevoli e contrari all'adozione da parte di coppie e singles omosessuali.
Il 57% dei francesi si dice oggi favorevole all'adozione per le coppie omosessuali rispondendo ad un sondaggio statisticamente valido condotto dalla BVA contro un ben più esiguo 41% di contrari.
Il sondaggio ribalta i precedenti sulla stessa materia che nel migliore dei casi avevano visto perdere i favorevoli con un 48% a 50%.
In altre parole le sentenze di Strasburgo e Besancon hanno generato una sorta di pensiero critico che ha prodotto i suoi risultati e ribaltato l'opinione pubblica.
Dallo stesso sondaggio emerge che i francesi stanno cambiando profondamente e che si dichiarano sempre più "aperti" nei confronti delle persone omosessuali. Per il 64% degli intervistati, infatti, è un diritto di gay e lesbiche accedere al matrimonio. Tra i favorevoli spicca decisamente il dato relativo ai più giovani (15-24 anni) che si dicono favorevoli addirittura per il 77%.
Dal sondaggio emerge anche la differenza tra i simpatizzanti di destra e di sinistra che vede gli elettori conservatori ancora contrari al matrimonio e all'adozione per le coppie omosessuali. Solo il 37% di questi, infatti, si dice pro adozione (contro il 71% dei simpatizzanti di sinistra) e il 42% a favore del matrimonio (contro il 75% e dei progressisti).
Il sondaggio francese indica chiaramente come vicende giudiziarie "positive" e riconoscimento di diritti fondamentali (in Francia da anni esistono i PACS) possono far cambiare l'opinione pubblica e renderla meglio disposta nei confronti dei diritti di cittadinanza delle persone omosessuali.
Si tratta di "sentimenti propri di ogni essere umano sia esso omo oppure eterosessuale, sentimenti ai quali soltanto con contraddizione logica potrebbe riferirsi il concetto di abietto". Con questa motivazione i giudici della Corte di Assise di Appello di Bologna, presieduta da Aldo Ranieri, hanno annullato la sentenza di secondo grado che aveva condannato Domenico Bottari per omicidio con l'aggravante dei "motivi abbietti".
Il caso di cronaca era di quelli tristi e coinvolge un uomo innamorato e non corrisposto che premedita ed esegue un omicidio.
Durante il primo processo si ritenne che le aggravanti potessero annullarsi grazie ad una serie di attenuanti generiche ma l'accusa, nella persona del pm Licia Scagliarini, presentò ricorso proprio considerando che una relazione omosessuale potesse automaticamente innescare quei "motivi abbietti" che i giudici della Corte d'Assise d'Appello riconobbero.
Un ricorso, e una sentenza, che i giudici della Cassazione hanno duramente criticato e di conseguenza annullato: "andava dichiarato inammissibile il ricorso del pm in quanto palesemente infarcito di giudizi etici, peraltro estremamente discutibili e comunque giuridicamente contrastanti con i principi costituzionali in tema di uguaglianza e libertà personali".
Principi costituzionali che prevedano, appunto, che l'amore omossessuale equivale a quello etero.
L'aggravante dei motivi abietti, quindi, "va senz'altro eliminata".
Il caso che ha portato a questa sentenza non è certo di quelli che possono essere presi ad esempio per invocare diritti ma è l'ennesima conferma, da parte di tribunali superiori, che deve esserci parità e uguaglianza per tutti i cittadini, omosessuali compresi, anche quando compiono delitti che, per il solo fatto che siano commessi da persone con orientamento omosessuale, non possono essere intesi come "peggiori" tout cour.
Tag: | Italia | Personaggi | Storia |
Durante la relazione di chiusura di ieri il Presidente nazionale dell'Arcigay Aurelio Mancuso ha messo in scena un vero e proprio coup de teatre dichiarando di non avere alcuna intenzione di ricandidasi per la carica che riveste e di non avere intenzione di accettare "neppure nessuna carica onorfica tipo Presidente emerito".
Va via sbattendo la porta, quindi, il presidente dell'associazione numericamente più importante.
L'annuncio alla fine di una relazione dai contenuti forti e soprattutto critici sulla gestione di Arcigay e sullo stesso ruolo dell'associazione e del movimento GLBT.
Mancuso ha parlato di un'Arcigay "aristocratica" che deve cambiare rotta per interpretare al meglio bisogni e voleri delle persone:
Dobbiamo stare con la gente comune perchè siamo gente comune e mettere a disposizione il nostro know-how organizzativo per qualsiasi evenienza.
Quello che ci manca è un vero supporto dei gay e che guarda altrove, a nuove forme di protesta, associative, organizzative.
Dobbiamo recuperare e acquisire nuovi consensi e credibilità prima di tutto tra la nostra gente.
Al centro della sua relazione, quindi, le critiche che da molte parti sono arrivate all'associazione vista da più parti come autoreferenziale e ormai poco rappresentativa e poco capace di interpretare il reale volere del "popolo" GLBT.
Critiche che Mancuso sembra fare sue parlando della situazione attuale e delle strategie che dovranno essere messe in campo da qui in poi partendo anche dal prossimo congresso nazionale che "dovrà essere un congresso di cambiamento e rinnovamento. Ci vuole un periodo di transizione verso una 'cosa nuova'. Cosa? La discussione è aperta. Ci vuole un'idea profonda e diversa dell'Arcigay":
L'intuizione che l'associazione deve guardare all'esterno di se stessa e parlare con tutti, anche chi non ci ama, è giusta.
Oggi ci troviamo in difficoltà nelle grandi città come Milano, Roma, e Bologna ma abbiamo svolto un ottimo lavoro nella provincia e che ci viene continuamente riconosciuto.
Nelle grandi città o si cambia o verremo travolti, diamoci degli strumenti efficaci e cerchiamo essere credibili all'interno della comunità Lgbtq, ma tutta e non solo con i nostri tesserati.
L'Arcigay dev'essere sempre più un'associazione unita e compatta e la conflittualità interna, sale della democrazia, va affrontata e risolta perchè nasce da un disagio profondo.
Cosa succederà da qui in avanti è difficile al momento capirlo ma la relazione e le dimissioni di Mancuso sono un dato ed un segnale che dall'esterno dell'Arcigay sono arrivate fino alle soglie del congresso nazionale e hanno portato alle prime conclusioni.
La cosa più difficile sarà capire quanto di queste critiche saranno accolte e che tipo di provvedimenti saranno presi al Congresso nazionale per cambiare realmente la situazione soprattutto nelle grandi città dove la critica è più forte.
Arcigay, lo ha detto a questo punto anche l'attuale Presidente in carica, ha una grande storia ed un ruolo importante nelle province italiane ma dimostra poca aderenza ai reali bisogni e reali voleri di quel popolo che vive ed agisce nelle grandi città dove la "vita GLBT" è più visibile e dove si fanno battaglie più "politiche" ed ha quindi la necessità di recuperare consensi sia all'interno che all'esterno del mondo associativo.
Se le critiche portate nella sede nazionale da Mancuso saranno accolte e saranno "capite" in Arcigay si vedrà quando verrà eletto il suo successore alla presidenza ma da ora in avanti non si potrà, comunque, far finta che non esistano, che siano provenienti da poche e sparute frange e che siano "pilotate" da interessi. Lo stesso Presidente nazionale in carica ha accettato quelle critiche e le ha portate all'attenzione degli altri organi direttivi. Continuare ad ignorarle potrebbe, a questo punto, portare Arcigay in un vicolo cieco dal quale difficilmente potrà uscire facilmente e senza danni.
Tag: | Discriminazioni | Giustizia | Italia | Personaggi | Roma | Storia |
Ieri sera, mentre il sindaco Alemanno era in visita di cortesia al Gay Village, un po' di gente era a Piazza Navona per la terza fiaccolata auto-convocata romana.
Da una parte l'aspetto "istituzionale" del movimento GLBT e dall'altra quello "spontaneo". Contrapposizione che non dovrebbe e non deve esserci ma che in alcuni momenti si crea da sola, spontaneamente, un po' come le fiaccolate di cui sopra.
In Piazza Navona un gruppo di persone, tante anche se non tantissime, attirate dalla voglia di riprendersi la città e la parola. Interventi autonomi e spontanei che hanno portato per tre ore le persone sotto i riflettori della comunità. La massa che si fa massa critica e che finalmente può dire la sua perchè ne sente la necessità.
Non contro ma per, dicono quelli politically correct.
Nessuno, anche nelle accuse, ha voluto soverchiare gli altri ma tutti hanno saputo scaldare il cuore e gli animi di quella piazza tanto inconsueta da attirare l'attenzione di molti, non solo convenuti per l'occasione ma anche attirati da un evento del tutto inaspettato.
Non poche persone si sono fermate allo strano speaker corner perchè, passando, sono state attirate dall'idea di ascoltare, finalmente, le persone e non i personaggi. Un esperimento insolito che ha avuto successo e che sarà un nuovo tassello in quel "nuovo corso" che nasce spontaneo dalle esigenze dei singoli.
La comunità GLBTE si sta finalmente formando e sarà ormai difficile fermarla o ignorarla. Magari non crescerà continuamente nei numeri ma nei contenuti si e quei contenuti saranno, d'ora in poi, patrimonio di tutti: associazioni, partiti, politica e comunità. Saranno patrimonio comune per gli stessi singoli che hanno partecipato e per quelli che non lo hanno fatto e magari non lo faranno.
Hanno preso la parola gay, lesbiche e transessuali/transgender che sentivano il bisogno di partecipare con gli altri ad un esperimento e lo hanno fatto con coscienza. Ha preso la parola una madre che ha voluto chiarire che, se hanno picchiato il figlio hanno picchiato lei e che ogni volta che picchiano qualcuno di noi picchiano tutti noi. Hanno partecipato non pochi etero che hanno sentito come un DOVERE essere lì.
Anche per questo si stava in Piazza Navona, per ricordare a noi e agli altri che alle intimidazioni reagiamo con la visibilità e che vogliamo, senza mezze misure, essere cittadini con pieni diritti e per questo ci riprenderemo la città.
Un passo alla volta, ma ce la riprenderemo TUTTA.
Sta qui la novità e la forza delle fiaccolate GLBT che si terranno tutti i venerdì con modalità di volta in volta diverse e in luoghi ogni settimana diversi.
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Praticamente in ogni parte del mondo le parole chiave del Pride sono incentrate sulla lotta all'omofobia. In Svezia, per lo Stockholm Pride, si è deciso di fare il passo successivo e incentrare l'azione legata al Pride e alle campagne che ruotano intorno alla manifestazione sulla lotta alla etero-normalizzazione.
Un passaggio quasi obbligato secondo gli organizzatori che hanno individuato nella voglia strisciante di molti gay e lesbiche di apparire "normali" uno dei punti cardine dell'omofobia stessa.
Per alzare il tiro e denunciare in maniera chiara ed inequivocabile il fenomeno sono state scelte delle campagne pubblicitarie senza mezzi toni.
La prima parte della campagna riguarda la carta stampata e attacca senza mezzi termini l'atteggiamento falsamente, e spesso obbligatoriamente, eterosessuale che molti gay e lesbiche assumono per essere accettati.
Puzza tanto da non poter essere nascosto, almeno a se stessi.
Puzza proprio come le tante feci che circondano i protagonisti delle pubblicità commissionate ad hoc per risultare sgradevoli e inquietanti. Proprio come quella sorta di eteronormalizzazione che molti impongono a se stessi e che vorrebbero imporre ad altri.
La campagna attacca senza mezze misure proprio quella onnipresente voglia di rappresentazione di modelli eterosessuali della vita quotidiana e, soprattutto, la volontà di escludere e marginalizzare tutto ciò che non si piega a quei modelli costituendo, spesso, un ostacolo insormontabile al riconoscimento di se stessi per quelli che in quei modelli non si riconoscono.
La voglia di "normalità" spesso viene confusa proprio con l'eteronormalizzazione coatta e la riproduzione di modelli eterosessuali che non ci appartengono.
Questo atteggiamento puzza, puzza tanto. Puzza così tanto da non poter essere nascosto.
Per questo giornali e strade svedesi sono stati invasi da pubblicità che mettono in scena quell'inganno.
"Continuiamo a riprodurre dei pregiudizi e degli stereotipi su cosa dovrebbe essere una vera donna o un vero uomo. Ovunque, alla fermata dell'autobus come al lavoro o con gli amici. Ma l'eteronormalizzazione ha delle conseguenze, non solo nella società in generale, ma anche sulle singole persone. La verità è che l'eteronormalizzazione ci limita e ci impedisce di decidere quello che vogliamo essere".
La seconda parte della campagna scelta per "attaccare" l'eteronormalizzazione riguarda i media e promuove un video che mette l'accento sui limiti che ci si auto-impone per accettare, a volte contro la propria stessa natura, i modelli eterosessuali comuni.
L'accento è su quanto "l'eteronormalizzazione ci limita".
Il messaggio è semplice e chiaro: siate voi stessi, ma voi stessi davvero. Non perpetrate stereotipi per essere accettati.
L'eteronormalità non è LA normalità, è solo uno dei tanti aspetti in cui la "norma" si esprime. Vi siete mai chiesti "quale influenza l'eteronormalità abbia su voi stessi?", "Hur påverkar heteronormen dig?".
Vi siete mai chiesti, ancora, quale influenza l'eteronormalità abbia sugli stessi eterosessuali?
La riproduzione di modelli che non ci appartengono davvero non l'obbiettivo e non è nemmeno il mezzo per l'accettazione. Il mezzo, per tutti, etero o omosessuali, è essere se stessi, al di fuori degli stereotipi e di qualsiasi "norma".
Tag: | Giustizia | Italia | Matrimonio |
Secondo un'indagine condotta dalla Demos nell'ambito dell'Osservatorio sul Nordest i trentini sono favorevoli al matrimonio tra due persone dello stesso sesso per ben il 33%. A quanto pare nel famigerato "regno della Lega" sono proprio i residenti in Trentino a far crescere la percentuale dei favorevoli al matrimonio gay mentre i loro vicini di casa si fermano ad un più discreto 31,3%.
Il sondaggio, realizzato su un campione rappresentativo, rivelerebbe inoltre che ad essere favorevoli sono soprattutto le nuove generazioni.
Nello stesso sondaggio, inoltre, si è voluto conoscere la posizione del popolo del Nordest anche in merito alla famiglia omosessuale.
A quanto pare in questo caso le percentuali cambiano significativamente pur confermando lo spirito progressista dei trentini che per il 26,9% considerano una coppia composta da persone dello stesso sesso conviventi una famiglia mentre i veneti lo pensano solo per il 23,5% e i friulani si fermano al 22,9%.
Il dato non è di particolare interesse nè una svolta, soprattutto visto che gli italiani intervistati sugli stessi temi hanno fatto aperture bel più significative.
Quello che colpisce, però, è la forte discrepanza che c'è tra i favorevoli al matrimonio e quelli pronti a considerare due uomini o due donne che vivono insieme come una famiglia.
Se, infatti, il 33% dei trentini è favorevole al matrimonio ma solo il 26,9% è disposto a considerare il "frutto" di quel matrimonio una famiglia rimane fuori dalla partita un vistoso 6,1% di persone che evidentemente non considerano più il matrimonio come perno della famiglia.
La discrepanza dei numeri mette quindi in evidenza il costante deperimento del matrimonio come istituto eletto a difesa della famiglia. C'è, infatti, una sempre maggiore parte della popolazione che intende la famiglia come luogo degli affetti e che la vede distinta dall'istituzione matrimoniale.
Il dato del Trentino, e di tutto il Nordest in generale, però scardina la convinzione generale che a vedere una coppia di uomini o di donne che convivono e si amano si pensi ad una famiglia sia una percentuale più alta di chi si dimostrerebbe pronto a vederli anche sposati civilmente.
Sarebbe però interessante scoprire il ruolo che questi stessi intervistati danno tanto alla famiglia che al matrimonio civile.
Se percentuali diverse dimostrano che una parte rilevante di persone pensa che anche gay e lesbiche debbano avere accesso al matrimonio civile ma solo una parte di questi vede in quel rapporto una famiglia c'è da chiedersi cosa vedano in quel rapporto gli altri e cosa vedano nello stesso istituto matrimoniale.
Evidentemente, malgrado la strenua difesa anche etico-morale di alcuni, il matrimonio si sta trasformando lentamente da luogo della famiglia a luogo dei diritti civili per cui si scollano sempre di più le due visioni della società.
Tag: | Adozioni | Discriminazioni | Elezioni | Personaggi |
Sul Corriere del Veneto è apparso un articolo dedicato al neo assessore padovano Alessandro Zan.
Nell'articolo, ovviamente, non si può non far riferimento all'orientamento sessuale del nuovo amministratore pubblico visto che appare "tanto particolare" agli occhi di quel nordest che vota Lega per ben oltre il cinquanta percento.
Le domande e le osservazioni riescono a non toccare nemmeno di striscio le deleghe ad Ambiente, Lavoro e Cooperazione internazionale. Molto più interessante chiedere e parlare del Pride, del coming out e della vita privata.
Proprio dalla vita privata scaturisce una visione "particolare", secondo l'articolista evidentemente, di uno Zan gay che vuole una famiglia e dei figli.
Questo basta per tirare fuori un titolo: "ALESSANDRO ZAN: «SONO GAY, MA CREDO NELLA FAMIGLIA»".
Quel "ma" sta lì a far bella mostra di se solo perchè Zan è gay, ovviamente, fosse stato un prete che ha rinunciato ai voti, una zitella inacidita o un leghista vitellone quel "ma" non sarebbe nemmeno venuto in mente al titolista ma si parla di omosessuali e quindi la contraddizione è d'obbligo e soprattutto obbligatoria è la contrapposizione tra orientamento sessuale diverso e famiglia.
Poco importa se Zan, esattamente come milioni di altri italiani e centinaia di persone omosessuali, una Famiglia ce l'ha già, ha un compagno e magari ce l'avrà per sempre. Quelle famiglie non sono famiglie fino in fondo nella testa di chi scrive certi titoli ed è bene che continuino a non esserlo per chi li legge.



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